Estratto da

Memorie di un provinciale

“Lettere, anni caldi e appunti sulla Gazzetta del Popolo”
L’INFANZIA

Sono nato il 16 aprile 1942 a Chieri, in una casa di tre piani, in via Silvio Pelllico, davanti alle scuole, dove vivevano sei famiglie e c’era, nelle scale, un solo gabinetto in comune. Nel mondo, in quell’anno, era già accadute molte cose.
I giapponesi avevano conquistato Manila; i nazisti, nella conferenza del Wannsee, avevano fissato le direttive per la “soluzione finale” della questione ebraica; la Svizzera, come sempre paese neutrale, si era subito allineata chiudendo le porte ai profughi ebrei, ma non ai loro capitali; l’America aveva iniziato l’offensiva contro il Sol Levante nei mari del Pacifico per rispondere all’attacco giapponese di Pearl Harbour; i russi avevano iniziato l’accerchiamento di Stalingrado.
Ma io di tutto questo non sapevo nulla. Arrivavo da un lungo viaggio nel buio e volevo vedere la luce.
La mia guerra era molto più limitata, più individualista e meno universale. Dovevo nascere.
Quel giorno ad assistere mia madre, non c’erano medici o ginecologi, ma sua sorella Ida, una ostetrica di paese e mio padre, Vigin, il quale era incaricato di procurare acqua e di scaldarla. Così erano nati i due miei fratelli, Giovanni, nel ’33, e Mario, nel ’38. Più tardi, a “dare un’occhiata”, arrivò anche il dottor Casimiro Revelli, il medico di famiglia, a modo suo un anarchico che, un non molto tempo dopo, avrebbe curato non pochi partigiani, come il professo Giordano, il quale invece, i partigiani feriti li avrebbe operati di notte, clandestinamente, nella sua villa di campagna.
Mio padre e mia madre si erano sposati nel 1933 dopo avere lavorato assieme, per quasi 10 anni, in fabbrica tessile. Mio padre era nato a Chieri nel 1906, mia madre a Ranello, una frazione di Castelnuovo don Bosco, nel 1908. Mio padre era entrato in fabbrica a nove anni, dopo la terza elementare. Mia madre a nove. Era arrivata a Chieri da Ranello con sua sorella Ida, che aveva un anno in meno. Da Ranello erano scappate per non morire di fame. Sua madre era morta e il padre, tornato ferito dalla prima guerra mondiale, non era più in grado di lavorare la terra. Assieme a molti della sua gente era anche partito, a piedi, per cercare lavoro nelle miniere francesi. Ma dopo un anno aveva dovuto arrendersi. La guerra lo aveva distrutto.
Quando mio padre e mia madre si sposarono andarono ad abitare in un alloggetto di una vecchia casa in piazza del Duomo: due camerette, al terzo piano, con un gabinetto sul ballatoio che dividevano con altre otto famiglie ma la loro vita sarebbe cambiata dopo qualche anno. Fu quando, nel ’34, mio nonno paterno, Giovanni, prese in gestione il Cafè Stassiun. Lì poteva esserci lavoro per tutti: c’era un bar ma anche un ristorante. Così lasciarono la fabbrica e si riciclarono: mio padre si trasformò in cameriere, mia madre in cuoca.
Mio padre, nel frattempo, aveva maturato la sua vocazione artistica mentre mia madre cucinava agnolotti, lepri e faraone come pochi altri, in tutto il territorio, sapevano fare.
Il Cafè e il ristorante cominciavano a riempirsi, soprattutto di sera e di domenica. La gente sembrava aver voglia di dimenticare gli ottanta milioni di morti della seconda gerra mondiale, anche se di guerre ne era già iniziata un’altra, quella “fredda” tra l’America di Truman e la Russia di Stalin. Alla sera, per mangiare una finanziera, assaggiare una bagna caùda, una fonduta e bere un bicchiere di freisa, calavano da Torino frotte di intellettuali, giornalisti, politici, uomini di spettacolo.

Giorgio Bocca, che allora lavorava alla Gazzetta del Popolo, attraversava le colline su una sgangherata utilitaria con una ballerina americana che , a tarda sera, danzava sui tavoli con la suggestione della Carmen di Rosi.
Talvolta da Pino torinese calava la Bella Hutter e tra le due si apriva la sfida. Ad accompagnarle, spesso, c’era il clarino di Kiki Macciotta o la chitarra di Piero Garino, il pittore di Lejnì che suggestionava con le sue magiche periferie Barrault, lo chansonnier francese che cantava con Edith Piaf.
Il Cafè Stassiun, in quegli anni, era al centro di un piccolo mondo di ordinaria, quotidiana follia Talvolta arrivava, sempre da Torino, il pittore Gigi Spazzapan, accompagnato dalla Ginia, il mitico “fiore di Regalie”, una ex prostituta ormai tutta sfatta, dagli anni e dalle intemperie, che Gigi considerava più bella di Ava Gardner.
Felice Vellan schizzava invece ritratti al freisa del “sor Nino da Tarquinia, venuto qui a Torino, a mangiar la bagna caùda da Roccati Luigino”.
Ma il clou del delirio collettivo lo si registrava di domenica quando c’erano matrimoni o arrivavano comitive, spesso in pullman, per feste di leva o aziendali.
Di solito il menù esordiva con una serie incredibile di antipasti (si partiva dagli affettati misti per arrivare al cotechino con purea, con passaggi che prevedevano le acciughe al verde, il vitello tonnato, l’insalata di carne cruda, l’immancabile albese, senza dimenticare i peperoni con la bagna cauda), cui seguivano due o tre primi (agnolotti e risotti, senza trascurare un bon piatto di cappelletti in brodo), per chiudere con un trionfo di secondi (bolliti, fritti misti, lepri e faraone al civet, arrosti con contorno di purea) e di dolci. Il tutto innaffiato da damigiane di vino arricchite da un giro di grappe di tutti tipi. Di solito poi c’era un passaggio di caffè corretti, cui seguivano i naturali digestivi.
I primi commensali si alzavano dal tavolo alle cinque del pomeriggio “per prendere una boccata d’aria e sgranchirsi le gambe”, mentre altri si riunivano per gli ultimi brindisi di rito e decidere se fare tutti assieme una cenetta leggera prima di andare a nanna.
A quel punto nascevano dei problemi non marginali.
Il primo riguardava i problemi fisiologici. Poiché i bagni (meglio, i gabinetti; il termine ”toilette”) erano nel cortile, molti, ormai privi di qualsiasi capacità di orientamento, annebbiati come erano dall’alcol, si perdevano nei campi e allora bisognava attrezzare delle squadre di pronto soccorso per recuperare i dispersi..
Il secondo problema era meno umanitario e più “logistico”: si trattava di fare salire (spesso di caricare) le persone giuste sui pullman giusti. Senza controlli qualcuno partiva su pullman sbagliati . Tanto, tra cori perversi, nessuno se ne accorgeva.

Un giorno arrivò da Parigi lo scrittore Guido Seborga con un libro di poesie di Leon Felipe, il poeta “romeo”, il cantore della Spagna civile. Quella sera entrò nel Cafè Stassiun il mondo incantato di Ruiz, Jimenez, il “Libro dei poemas”di Garcia Lorca e i cavalli neri, quelli dell’apocalisse nazista, di Antonio Machado, che in seguito tanto avrebbero influenzato la pittura di mio padre.