Estratto da

Memorie di un provinciale

“Lettere, anni caldi e appunti sulla Gazzetta del Popolo”
LA GAZZETTA DEL POPOLO

Quando arrivai alla Gazzetta del Popolo, nel mitico palazzo di corso Valdocco, il cuore correva ai cento l’ora.
Le ragioni erano tante. Molti giornalisti della Gazzetta li avevo conosciuti, molti anni prima, al Cafè Stassiun, quando calavano da Torino per mangiare una bagna cauda. Ricordavo Giorgio Bocca, il partigiano venuto da Cuneo, il quale, nel frattempo, era passato al Giorno di Enrico Mattei, l’ex partigiano cattolico che aveva fondato l’Eni ed era stato assassinato dalla mafia e dai servizi segreti al servizio delle “sorelle” del petrolio. Ricordavo Mino Caudana, il quale era stato direttore della “Gazzetta sera” ed era un uomo affascinante, sempre circondato da donne bellissime ed elegantissime. Poi ne avevo conosciuto tanti altri, a partire da Pierino Novelli, che spesso arrivava accompagnato da cantanti in erba (come Milva) o da chanchonnier della “mala” francese, come Barrault, per i quali Pierino scriveva testi straordinari.

Poi c’era la suggestione del vecchio palazzo, di cotto rosso, dove si faceva il giornale. Un tempo, nell’immediato dopoguerra, in quel palazzo si stampavano un numero incredibile di testate (la Gazzetta del popolo, la Gazzetta sera, l’Unità, il Popolo Nuovo, il Tuttosport e il Radiocorriere) e dove, per un certo tempo, fu ospitata anche la mitica sede dell’Unità, dove lavoravano Cesare Pavese e Italo Calvino. Io, Calvino, avevo anche avuto il privilegio di conoscerlo. Fu nel ’62, durante un viaggio a Praga organizzato dalla Provincia di Torino, una delle prime “missioni” organizzate ufficialmente da una istituzione pubblica in quel paese dell’Est, allora sotto il tallone di Stalin. Calvino, il quale viaggiava per conto suo, ci lasciò a Vienna, ma per me fu un incontro che “segnò” la mia vita. In quel periodo non era ancora noto al grande pubblico. Aveva però scritto un libro bellissimo, “Il sentiero dei nidi di ragno”, che Elio Vittorini aveva accolto con freddezza perché nella banda del “Pin” non c’erano intellettuali, ma ne usciva una Resistenza cialtrona, e premeva su Italo perché rivedesse la struttura del romanzo. Calvino era incerto se tenere duro e non cambiare nulla, o se accogliere i suggerimenti del fondatore del “Politecnico”. Così, su quel vagone, ne discusse a lungo con i comunisti torinesi, alcuni dei quali aveva conosciuto quando lavorava all’Unità con Raf Vallone e Davide Laiolo. Io ascoltavo e ne ricavai una grande lezione. Poi, come si sa, Calvino non cambiò niente, ma arricchì la seconda edizione con uno straordinario saggio sul “neorealismo” e si salvò dalle ire di Vittorini con uno escamotage: non cambio nulla, scrisse, perché il romanzo della Resistenza c’è già ed è “Una questione privata” di Beppe Fenoglio.

Il primo giorno di lavoro alla “Gazzetta” fu, per me, come il primo giorno di scuola. Arrivai alle tre del pomeriggio e, mi aveva detto Cesare Pecchioli, mi sarei fermato fino a notte fonda, quando il giornale sarebbe “uscito” in tutte le sue edizioni, cosa che, di solito, avveniva verso le tre di notte. La “Gazzetta” allora vendeva ancora in media 90 mila copie al giorno, che salivano a 110 mila la domenica. La concorrenza della “Stampa” e la mala gestione democristiana non l’avevano ancora distrutta del tutto. Inoltre aveva dei bravissimi giornalisti. Insomma,era una cosa seria e non potevo sgarrare: anzi, dovevo impegnarmi al massimo e dare il meglio. Cesare mi indicò qual’era la mia scrivania e mi affidò a due “tutor” (Renato Bauducco e Vito Brusa) per l’iniziazione che mi spiegarono subito che cosa avrei dovuto fare: inizialmente, assieme a loro, mi sarei occupato delle pagine del Novarese: Mi spiegarono anche le la provincia di Novara era strategica per il giornale: non soltanto perché la Gazzetta vendeva molto (dalle 13 alle 15 mila copie), ma perchè il Novarese era una specie di campo di battaglia. Sul Novarese puntavano il Giorno, Il Corriere della Sera e, naturalmente la Stampa che, oltre agli uffici di corrispondenza, molto più nutriti di quelli della Gazzetta, poteva contare sui numerosi “inviati speciali” che il giornale degli Agnelli faceva girare, come trottole e con grandi mezzi, in quella terra di confine tra il Piemonte e la Lombardia. Le cose che poi avrei dovuto fare mi sembrarono, di primo acchito, terrificanti: Come prima cosa dovevo fare un “giro” di telefonate e contattare tutti i corrispondenti per sapere che cosa “offriva” la giornata. Poi dovevo stabilire una”gerarchia” delle notizie e disegnare i menabò: la politica o il grande omicidio in apertura, questo di taglio centrale, questi ancora di taglio basso. Il tutto spalmato su cinque-sei pagine, talvolta otto quando c’era molta pubblicità- Una volta poi disegnati i menabò dovevo rifare il giro di tutte le telefonate per comunicare le lunghezze dei singoli articoli. Fu fai ottanta righe e mandami anche due foto, tu nei fai cinquanta, tu quaranta, tu trenta e via a scalare. A quel punto la grande macchina entrava nella fase produttiva terminale: In quegli anni, che non c’erano ancora i computer, i singoli “pezzi” venivano di solito dettati per telefono,; le fotografie venivano invece spedite per autostrada. Qualcuno portava le buste ai caselli autostradali e l’addetto al casello, di solito compensato dai giornali, le consegnava al primo automobilista di passaggio pregandolo di consegnarle al casello di Torino, dove sarebbe passata un’auto del giornale a ritirarlo: questo sistema si chiamava “fuori sacco”, era faragginoso e aveva non pochi inconvenienti. Soprattutto quando l’automobilista volontario si dimenticava di consegnare la busta al casello o ci faceva il classico “bidone”, Allora scattava l’emergenza: se era possibile si lavorava d’archivio, altrimenti doveva partire un’autista a recuperare un altro giro di fotografie sul posto. Quasi sempre era una corsa contro il tempo.

Soprattutto per l’edizione nazionale, che doveva rispettare tempi rigorosissimi legati alle partenze dei treni e degli aerei, essenziali per distribuire il giornale nel resto d’Italia in tempo utile. E quando ciò accadeva bisognava organizzare un servizio d’emergenza: di notte doveva partire decine di auto, per Roma, Bologna, Genova e Venezia, che d’inverno dovevano “bucare” i muri di nebbia e evitare di schiantarsi su strade gelate. E, purtroppo, ogni tanto qualcuno ci lasciava la pelle.. Anche questo era il prezzo dell’informazione, e non si poteva certo dire “bellezza” come accadeva su titoli di film allora in voga.

Quel primo giorno di scuola mi buttai subito sul lavoro, ma poco dopo capii che ero entrato in un mondo di straordinaria follia e di altrettanto straordinaria umanità. Alle cinque del pomeriggio, in una redazione vociante di telefonate e di scambi di opinione ad alta voce, entrò all’improvviso un fattorino anziano, con i baffi, che tolse la carta del Piemonte appesa alla parete e a sostituì con uno di quei cartelloni, con i centri concentrici , che si vedevano nei tiri a segno dei luna park. Scoprii subito che erano le “cinque della sera” ed era l’ora del toro nell’arena. In quel caso il torero era un un ex comandante partigiano cattolico, che qui chiamerò Lino M, aveva guidato una formazione nel Canadese, e aveva iniziato il suo percorso giornalistico nel Popolo Nuovo per poi approdare alla Gazzetta del Popolo. Il toro invece era invece Guido D, un gentiluomo, nipote di un senatore socialista, il quale, per Lino, aveva una “macchia nera”: non era salito sui monti a combattere, pertanto Lino lo chiamava il “furiere”. A quel punto, Lino tirava fuori dal cassetto delle scrivania quattro coltelli e, urlando “furiere bastardo”, li scagliava contro il tabellone. A quel punto Magnano, che era già preparato al rito sacrificale, si era già nascosto sotto la scrivania per cui l’esecuzione simbolica, come sempre, si concludeva con un nulla fitto. Poi Magnano chiedeva: “hai finito Lino?”: Lino rispondeva “Per oggi sì” e il lavoro in redazione poteva riprendere.

Lino era un personaggio complesso, pieno di risorse. In tipografia aveva anche un complice per la sue “vendette”, il partigiano T, che aveva combattuto con lui nel Canadese. Certe sera, quando Guido non era il bersaglio di tutto, cantando “Bella ciao”, i due scendevano sui gradini di corso Valdocco. Lì si fermavano e Lino urlava: “Bastardi ci avete ucciso Mussolini”. Ogni tanto, qualche passante cadeva nella trappola dicendo: “Bravi, finalmente che qualcuno che parla chiaro”. Allora Lino dava l’ordine d’attacco (al grido di: “Abbiamo trovato un altro bastardo”) e iniziava una rissa verbale che dovevamo bloccare per evitare il peggio.

I primi miei anni della Gazzetta furono bellissimi. In pochissimo tempo presi possesso delle pagine del Novarese e cominciai a operare da solo, senza il “tutor” anche se il confronto con Bauducco e Brusa era continuo per impostare al meglio le pagine. La Gazzetta poi era una di comunità: le gerarchie non pesavano, i rapporti era tra uguali: Vecchiato, come direttore, aveva certo i pieni poteri ma, in quell’ambiente di antifascisti, non poteva certo usare il pugno di ferro, lui che era stato repubblichino: Anzi, spesso, per questo, veniva processato. Capitava almeno due o tre volte la settimana quando al giornale arrivava Pierino Novelli con qualche “bicchierino” in più e una vecchia pistola in tasca ( nessuno di noi capì mai se era finta o vera) e ci diceva sicuro: “Ragazzi è giunta l’ora”. Dopo di che si infilava nel corridoio, dove c’era l’ufficio di ufficio. Bussava e, estraendo dalle tasche, un foglio logoro, glie lo mostrava e gli diceva: “Devo ammazzarti per decisione del Cnl”. Vecchiato accendeva una sigaretta, guardava Pierino sincero e esprimeva l’ultimo desiderio di un condannato a morte: “Fare un giro a poker”. Pierino accettava (“se vuoi solo questo, ma nulla ti salverà”) e si sedeva. Poi Veccchiato chiamava un fattorino e faceva rintracciare altri due che facevano parte del giro notturno delle carte. “Sarannno i testimoni”, spiegava rassicurante: A quel punto Pierino era cotto: iniziava una “mano a quattro” da cui ne usciva piegato. Dopo un’ora la partita finiva, Pierino usciva e noi, scherzosamente, gli chiedevamo: “L’hai fatto fuori?”. Domanda legittima perché nessuno aveva sentito lo sparo. Al che Pierino rispondeva: “Macchè, mi fa pena, ha una famiglia anche lui”. Poi si infuviava: “quel repubblichino bastardo mi ha preso mille lire”: E se ne andava.

Vecchiato, comunque, qualche potere contrattuale lo usava, magari con qualche golpe notturno. Il giornale era della Dc e lui era molto attento alla parte politica, quella del padrone. Per questo aveva scelto a Roma redattori di provata fede democristiana, a controllare i titoli a Torino ci pensava: Prima li suggeriva al caporedattore di turno, e poi, se le cose non funzionavano, li cambiava lui direttamente in tipografia urlando:” Chi è quel maiale che ha fatto questo titolo?”. Questo accadeva soprattutto nei momenti più caldi della dc, quando c’erano certi direttivi al calor bianco e le parole più tenere che volavano in quella sala erano per lo meno insulti da carrettiere. Il redattore, di solito, titolava :”Bufera nella dc”: Il mattino dopo il titolo era stato cambiato in “Riflessioni di primavera” o d’autunno, a seconda delle stagioni..Il mattino dopo il redattore si ribellava, il comitato di redazione protestava, volavano insulti da tutte le parti e Pierino concludeva:” E’ troppo, oggi lo faccio fuori”.

La Gazzetta del Popolo, in quegli anni, era uno dei giornali più sindacalizzati d’Italia. Faceva parte della Subalpina, che era considerata la punta di diamante della Fnsi, la Federazione nazionale della Stampa. Il comitato di redazione era saldamente tenuto in pugno da tre giornalisti di primordine: (Claudio Donat-Cattin, Vito Napoli e il conte Carlo Gigli) i quali, godendo del consenso totale di una redazione agguerrita (Fortebraccio, il polemista dell’Unità, arrivò a definirla “forse in segreto filocomunista”), riuscivano frenare gli entusiasmi di Vecchiato verso la dc e il suo segretario Amintore Fanfani.

I torinesi ricordavano ancora le inchieste sul lavoro minorile e i rischi mortali del lavoro in fabbrica, quando diedero il via alla più grande inchiesta giornalistica che a Torino sia mai stata fatta sui poteri della città: quella sulle baronie mediche e sui padroni della salute. L’inchiesta fu clamorosa non soltanto perché fece cadere anche delle teste blasonate, considerato fino al allora “intoccabili”, ma anche perché mise a nudo gli intrecci perversi tra la sanità, la politica e i poteri forti del territorio. La Gazzetta, improvvisamente sembrava diventata una succursale di Gondrand (ogni giorno arrivano plichi, falde, talvolta casse di documenti spediti da qualche anonimo che aveva conti da regolare) o una sede staccata della Questura o della Procura della Repubblica: non c’era giorno che qualcuno, onesto o aspirante-barone, non venisse a denunciare abusi o malefatte. L’inchiesta ebbe una tale risonanza che quasi tutti i giornali nazionali mandarono a Torino i loro inviati per cercare di capire che cosa stata accadendo nel regno dei Savoia e degli Agnelli.

E di cose ne stava accadendo davvero tante. Mentre in Italia il ”terrore nero” continua a mietere vittime, le Brigate Rosse escono alla scoperto. Alla Siemens sequestrano un dirigente, Hidalgo Macchiarini: Per 40 minuti lo sottopongono a un “processo proletario “; poi lo fotografano con un cartello al collo. Sopra c’è scritto: “Mordi e fuggi. Niente resterà impunito, colpiscini uno per educarne cento”: E’ l’inizio di una impressionante escalation di attentati, sequestri e esecuzioni. E’ la sfida allo Stato e lo Stato si organizza: Davanti alla sede della Gazzetta c’è una vecchia caserma dei carabinieri. Lì si insediò il generale Carlo Alberto della Chiesa, che si chiude dentro un “bunker” e cominciò a coordinare le operazioni. Il quartiere si popolava di facce nuove, erano gli uomini dell’antiterrorismo che nessuno conosce ancora. Una sera il generale venne al giornale: vuole capire che cosa ne pensavano i colleghi più esperti. Per loro iniziò una stagione nuova: Per anni la Gazzetta diventò il punto di riferimento degli inviati dei giornali italiani, finchè un mattino di qualche anno dopo, nell’androne della sua abitazione, venne assassinato il vicedirettore della stampa, Carlo Casalegno e su tutti calò lo sgomento. Ma eravamo già nel 77, e Torino era già entrata da tempo nel mirino del brigatismo. Nei cortei comparivano i primi cartelli:”Attento poliziotto, è arrivata la compagna P 38”. Nel bar davanti alla Gazzetta qualcuno della caserma aveva anche dislocato una spia piuttosto modesta, che doveva ascoltare i discorsi dei giornalisti e poi riferirli. La spia aveva però un problema : era un po’ sordo, per cui quando qualcuno parlava lui era costretto ad avvicinarsi, per ascoltare meglio, con fare sospetto. Quasi tutti lo avevano capito per cui, quando lui si avvicinava, parlavano d’altro.