Estratto da

Memorie di un provinciale

“Lettere, anni caldi e appunti sulla Gazzetta del Popolo”
IL SINDACATO

Avevo vent’anni e cercavo lavoro. Nonostante gli studi torinesi all’Avogadro , la mia cultura era rimasta fondamentalmente chierese. Leggendo Pavese avevo che “al di là delle colline” c’era il mare, ma io, in quel momento, non sapevo in quale Oceano sarei approdato e, soprattutto, se come il “Cugino dei mari del Sud” avrei trovato la mia balena bianca. Poi un lavoro lo trovai a Torino, quasi per caso, nei laboratori di ricerca della Fiat.
Fu quando una sera del 1963 accompagnai mio padre a Villa Sassi, un hotel prestigioso immerso nel verde della collina torinese, dove era stato invitato dal Rotary Club Torino-Est a tenere una conferenza sugli impressionisti. Mio padre ed io eravamo appena tornati da uno degli innumerevoli viaggi in Etruria, e la nostra auto, una vecchia “Giardinetta scassata”, era particolarmente sporca di polvere, tanto che gli inservienti dell’hotel ci scambiarono per dei verdurai e ci fecero accomodare nella cucine in attesa di una destinazione finale. Poi, siccome il presidente rotariano era inquieto perché mancava il conferenziere, un cameriere gli spiegò che, in effetti, sotto in cucina, c’era uno strano signore il quale diceva di essere appunto tale. Il presidente scese, si scusò per l’incidente, e ci fece salire al piano nobile.
Lì cenammo, mio padre parlò di Van Gogh, Cezanne e Gaughin, di quegli uomini che avevano rivoluzionato la pittura e la concezione del mondo, e fu osannato da una bordata di applausi.
Ma l’avventura non era finita. Terminata la conferenza, l’auto non partiva, e molti rotariani vennero a spingere la “Giardinetta” per metterla in moto. Tra di essi c’era anche l’ingegner Gioia, il potente amministratore delegato della Fiat, il quale, un po’ per orgoglio aziendale (non poteva accettare l’idea che un auto Fiat potesse impantanarsi) un po’ per ragioni umanitarie, chiese a mio padre che cosa faceva suo figlio. Mio padre gli spiegò che ero perito elettronico (che per me suonò un po’ come la maledizione di Tutankamen) e che, come tanti ragazzi della mia età, stavo cercando un cercando un lavoro.
Non l’avesse mai detto.
Il giorno dopo, nella nostra abitazione di via Principe Amedeo, arrivò un’auto di rappresentanza Fiat, dalla quale scese un signore molto distinto, il quale mi invitò a salire sull’auto e mi accompagnò nella palazzina di Mirafiori, dove al piano terreno c’erano i laboratori di ricerca, e mi presentò al dottor Sappa, che dirigeva il laboratorio delle ricerche elettriche. Così, in meno di un sospiro, mi trovai assunto nel cuore della ricerca dell’impero Fiat. Per la verità scoprii dopo che tutto non era così aulico, ma, in quel momento, andava bene così: avevo finalmente un lavoro, per giunta alla Fiat che, un po’come alle Poste e alle Ferrovie, allora era garantito a vita...

Il giorno in cui sbarcai alla Fiat, era un piovoso martedì di marzo e ero terribilmente emozionato. Quando arrivai in corso Traiano ero già madido di sudore. Faticai non poco a trovare un posto per l’auto negli sterminati parcheggi Fiat e, quando mi trovai davanti ai “guardioni” che sorvegliano gli ingressi della Mirafiori, mi bloccai. Mi venne in mente Ettore, il protagonista di uno straordinario racconto di Beppe Fenoglio, il quale, in quello che doveva essere il primo giorno di lavoro, vide gli stessi “guardioni” e si bloccò. Poi entrò in un gabinetto pubblico e, pisciando, disse: “Non mi avrete mai”. Ma Ettore era un disadattato, era stato partigiano e la società libera, quella che lui stesso aveva liberato, lo rifiutava . ”Io – mi dissi- sono diverso. Vengo da Chieri, dove tutti mi vogliono bene”. Mostrai il tesserino e entrai…

Nel laboratorio dove lavoravo leggevo ad alta voce poesie (Lorca, Machado, Amado, Ungaretti, tutto ciò che mi capitava tra le mani, al mattino, prima della partenza), scrivevo relazioni sulle prove eseguite e, talvolta, anche articoli di denuncia per qualche giornale con cui avevo iniziato a collaborare. Spesso mi chiedevo se era giusto fare così, ma poi, quando mi guardavo in giro tra i laboratori e gli uffici acquisti che erano all’ultimo piano del palazzo uffici della Mirafiori, sentivo puzza diffusa di corruzione e tangenti. Scoprii più tardi che giravano molte “tangenti” o regalie da parte dei fornitori per avere pareri favorevoli o ottenere ordini di acquisto favorevoli. Ogni tanto qualche dirigente onesto cercava di stoppare questi “giri perversi” licenziando i colpevoli, i quali, nel frattempo, si erano comprati alloggi, barche e terreni per garantirsi una vecchiaia serena. Tangentopoli, quando scoppiò con tutto il fragore non veniva dal nulla, ma aveva radici profonde nella società…

La prima grande assemblea a cui partecipai , in quel caldo autunno del ’68, fu nel cuore della Mirafiori.
Ricordo un capannone gigantesco. Dentro c’era di tutti: due linee di montaggio con decine-centinaia di auto sospese, forni giganteschi, rotaie su cui viaggiava acciaio rovente. C’erano presse gigantesche. C’era poca luce, tanto fumo e, credo, 60-70 mila persone in tuta o in canottiera. La metà di loro fumava. Ricordo dei volti tesissimi, ma quando Bruno Trentin salì su un banconi e disse “compagni”, da tutti gli angoli partì un boato di applausi. Applaudivano tutti: i vecchi operai piemontesi, i ragazzi venuti dal Sud, calabresi con le loro mani durissime, imbratttate di olio o di vernice. E quando Pierre Carniti propose una raffica di scioperi e l’occupazione “simbolica” degli stabilimenti il boato si raddoppiò di intensità. Gli scioperi furono fatti tutti, e qualche stabilimento fece anche il bis. L’occcupazione “simbolico”, che in pratica voleva dire fare assemblee ma non produrre, si sgonfiò alle sette di sera.
C’era, non so più quale campionato di calcio, e molti diedero forfait per seguirlo. Nonostante tutto il presidio c’era. Alle 22 arrivò anche Emilio Pugno accompagnato da Pietro Suppo, un leader storico della Cgil a Mirafiori. Emilio fece un giro dello stabilimento e noi lo seguimmo. In un angolo, dietro, a un bancone c’erano un ragazzo e una ragazza avvinghiati, impegnati in una prova d’amore: Emilio non li vide e inciampò. Poi si voltò verso di noi e disse:”Marx non l’avrebbe mai fatto”. Pietro, che aveva combattuto in Spagna ed era stato torturato dai tedeschi, rispose:”Anche questa è lotta”, e tirarono dritto…

In quei due anni “caldi” accadde di tutto: scioperi a raffica, cortei faraonici, scontri spesso durissimi con la polizia, in corso Traiano ci furono anche morti. Ma ci furono anche altre “morti”, anonime, silenziose, altrettanto drammatiche.
Erano i “suicidi” dei ragazzi del Sud, i quali, ad ogni annuncio di cassa integrazione, si sentivano perduti. Depressione era la motivazione ufficiale, poi le loro mogli e i loro figli venivano alla Lega e ci riversavano tutta la loro disperazione. E qui si apriva un altro “autunno” ben più drammatico. E anche se il sindacato esprimeva il massimo della sua fantasia, non era facile dare risposte vere. La confusione, in quel mondo di “eretici”, era tanta. Negli “anni di piombo” un delegato calabrese, durante un congresso, presentò persino una mozione in cui si sosteneva che i Br erano dei “criminali” perché colpivano e uccidevano al buio o con il volto coperto; il sindacato invece – questa era la sua tesi – doveva colpire a volto aperto. La mozione, confusa tra le tante, fu votata a maggioranza e tra gli applausi. Delpiano, quando se ne accorse, rabbrividì, poi la buttò nel cestino perché – spiegò ai promotori – lo statuto della Cisl non prevedeva la lotta armata. Anche la forma aveva un suo peso. Un giorno intervenni a un’assemblea nel salone della Camera del lavoro: Dovevo relazionare sulla “sindacalizzazione” degli impiegati alla Mirafiori. Come sempre mi ero vestito con l’abito che mia madre mi aveva messo sul letto. L’abito era nero e, per giunta, aveva anche una cravatta . Un delegato urlò:”Stai zitto curnaiàss”, in Italia “corvo”. Gli risposi secco:”Taci tu, coglione”. Il delegato sorrise: “Allora sei un compagno”. E la contestazione finì lì.